Diritti Civili: ieri, oggi, domani.

Billie Holiday – Strange Fruit

Era il lontano 1939 quando, per la prima volta, l’immensa Lady Day, regina del Blues, intonava al Cafè Society di NY questa canzone. Stange Fruit è una forte e cruda denuncia al linciaggio dei neri del sud, trattati con lo stesso rispetto con cui si calpesta una cicca di sigaretta consumata e buttata per terra, con indifferenza. Il testo è così forte ed ha un impatto così violento, soprattutto nell’essere enunciato da un timbro così sovrannaturale che, per molto tempo, la cantante poté eseguirla solo se la direzione del club lo consentiva previamente. Lo strano frutto in questione era il corpo di un nero ucciso dai bianchi ed appeso a un albero. E la Holiday, incredibilmente, riesce a portarti ai piedi di quei pioppi del sud, dai quali penzolano frutti strani, davanti ad una scena che non ha niente di umano. E’ storia, è scritto nero su bianco (l’ironia delle parole) il peso e gli effetti che hanno avuto le discriminazioni razziali che colpivano i neri: dalle umiliazioni più lievi, come quella di accedere ai club tramite un ingresso riservato ai neri (che no, non è quello dei VIP, ma quello riservato a chi è visto con tanto disgusto da non dover essere soggetto allo sguardo “sensibile” di chi non possiede nè civiltà nè buonsenso, ma solo deviato senso di superiorità), a quelle più evidenti, più conosciute, come le condizioni di schiavitù e, ancor peggio, di segregazione e mutilazione durante il periodo nazista. Non c’è bisogno di avere una laurea o di essere scienziati per sapere cosa sia accaduto durante la II Guerra Mondiale, basta sentire le storie che ci raccontano i nostri nonni (e a chi è fortunato ad averli ancora in vita, consiglio vivamente di sedervici accanto, perchè è ai loro piedi che risiedono la storia e la saggezza), bastano poche parole per capire fino a che punto può portare l’odio e l’ignoranza dell’essere umano. Oggi i neri non sono più schiavi, votano, sono cittadini comuni come avrebbero dovuto esserlo da sempre, hanno gli stessi diritti civili, in qualità di esseri umani. Qualcuno mi darà del pazzo, qualcun altro probabilmente dirà che non è un paragone nobile nè giusto da fare, eppure io non vedo molta differenza tra quelle discriminazioni e queste che oggi, nel moderno ed avanzato 2016, colpiscono e continuano a colpire la comunità LGBT. E si, mi ci metto anche io di mezzo, perchè ne faccio parte. No, non ho visto corpi appesi ad un albero, penzolanti perchè gay, ma continuo a sentire di ragazzi che si tolgono la vita perchè vittime di un odio e di una feroce omofobia che non guarda in faccia la dignità di una persona, così come non lo faceva il razzismo nei confronti dei neri. Probabilmente penserete che sono esagerato, ma ditelo a quelle madri che hanno perso il figlio per questo motivo, e che non possono avere giustizia, perchè nel nostro paese la giustizia appartiene soltanto a chi può comprarsela. Ditelo a quei bambini, figli di coppie omogenitoriali che agli occhi dello Stato hanno soltanto un genitore, perchè l’altro che vedono come madre/padre nello stesso identico modo in cui vedono chi l’ha generato, non è assolutamente niente. Ditelo alle madri di quei genitori fantasma, che non hanno il diritto nemmeno di prendere i figli a scuola perchè vivono in un paese che non concede il permesso di essere riconosciuto per ciò che fai e per ciò che sei: un genitore. Ditelo a quelle mamme che oggi sono le nonne silenziose e non riconosciute di quei figli riconosciuti a metà. Ditemi che è esagerato paragonare la propaganda di odio promulgata dai politici nostrani con quella che si faceva ai tempi del nazismo, intanto uno dei genocidi più brutali della storia umana si è consumato seguendo delle modalità non così lontane e diverse da quelle che caratterizzano il fermento di questo periodo.  La negazione dei diritti fondamentali non è mai finita, ha solo scelto altri soggetti da rendere protagonisti.

Siamo cittadini di un paese in cui personaggi politici che dovrebbero pensare al benessere e alla tutela dei cittadini, pensano soltanto a riempirsi le tasche facendo giochi subdoli e favori tra di loro per quelli che sono i loro unici interessi. Ed intano fomentano l’odio, con i loro discorsi carichi di ignoranza e presunzione di superiorità. Com’è facile parlare in un paese che non fa scontare il peso delle parole, per questi nostri politici, quali Giorgia Meloni, Giovanardi, Gasparri, Mussolini (si, anche io ho i brividi ogni volta che penso che anche a lei sia concessa la parola), Berlusconi (che ci tiene a vantarsi nel far sapere che è grazie a lui se l’Italia non ha i matrimoni gay) e i tanti (purtroppo) altri nomi che già conosciamo bene e che non perdono occasione di fare propaganda di un disprezzo così elevato da fomentare ed istigare ciò che l’ignoranza fa crescere a dismisura: l’odio in tutte le sue manifestazioni, da uno sguardo di schifo ad un pestaggio a morte “perchè quello è gay e mi fa schifo”. Ma che importa se un mio amico è stato pestato a sangue ed è in coma da due mesi, che importa se è stato preso a calci in piena faccia mentre il suo carnefice gli urlava “ricchione di merda”, lui non esiste per il nostro paese, lui non ha una faccia, per cui che importa se gli viene calciata via. Tali politicanti (che è ben diverso da polici, sia ben chiaro: noi non abbiamo politici, ma solo beceri politicanti dalle tasche troppo gonfie ed i cervelli prosciugati) andrebbero denunciati per istigazione all’odio, andrebbero puniti, pagando il peso enorme che le loro parole producono. Parole che rispecchiano per intero la persona che le pronuncia. Perchè non siamo più nel 1939, non deve e non può più esistere un mondo in cui ancora si debba discutere se concedere o meno un diritto civile, come se poi ci fosse qualcuno di così superiore da farci tale concessione. Mettetevelo bene in testa, una volta per tutte: non esiste la superiorità, non esiste il migliore ed il peggiore da mettere a paragone. Siamo esseri umani, facenti parte di una condizione comune che è la vita. Non è possibile che ci sia qualcuno che stabilisca se un figlio è a tutti gli effetti figlio oppure lo è soltanto in parte, se un genitore che accudisce amorevolmente un figlio debba essere considerato soltanto l’amico dell’uomo che quel figlio lo ha generato. Siamo stremati da questa ostinazione a non voler vedere che queste famiglie omogenitoriali, queste FAMIGLIE FELICI, NORMALI, SEMPLICI, sono realtà esistente, REALE, indipendentemente dal vostro pensiero e dalla vostra volontà. Per cui, cari politici e cari omofobi ignoranti, fateci un grande, immenso piacere: fate del vostro pensiero un ombrello che copre soltanto voi ed il vostro piccolo mondo, non imponete a questo paese di restare piccoli ed infimi come lo siete voi, perchè noi ed il nostro amore siamo un’acquazzone che genera cascate, e cercare di fermare l’amore è come cercare di racchiudere questa cascata in una bottiglia di plastica, a mani nude. Rassegnatevi, lasciate uscire il sole.
Ray Cohen

“Southern trees bear a strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.”

Billie Holiday- Strange Fruit

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Sotto la pelle.

So da sempre di appartenere ad una categoria specifica del genere umano. Quelli come me hanno sempre imparato di più da chi non ha avuto il coraggio di restare, da chi oltre la penombra della nostra cupezza, non è riuscito a guardare. E’ come una perversa scuola che prima ti forma e poi ti spezza. Siamo i “disastrati”, i “tormentati”, quelli per cui la pace ha il suono di un’anima logora e in costante tumulto. So di non essere il solo, per cui scrivo di noi, non soltanto di me. No, non sono la voce di nessuno, al massimo posso essere un luogo visitato, familiare, uno di quelli in cui passi e ti sembra di esserci già stato. E scrivo non tanto per chi quei posti non li ha ancora visti, ma per chi ci è passato, lasciando rifiuti sparsi qua e là abbassando il capo di fronte ad un monumento, con noncuranza, distrazione, indifferenza.

Noi siamo quelli che vedi nei parchi in un giorno di nebbia, incappucciati e persi tra le righe di un libro piuttosto lontano dalla nostra realtà. Sfogliamo una pagina dopo l’altra cercando una soluzione, un pretesto, un appiglio. O, semplicemente, una speranza.    Siamo gli estremi, gli eccessi, smodati e smaniosi fino allo sfinimento.Siamo quelli che conoscono più autunni che primavere, e per questo riconoscono l’odore della pioggia ancor prima che arrivi. Ci difendiamo per indole naturale persino da noi stessi, ché un fiore o una mano tesa nascondono spine e lame troppe volte piantate alle spalle.

La nostra è una natura burrascosa, una tormenta in cui a guidarci è il nostro unico istinto. Nonostante le volte in cui, pur di seguire l’istinto, si finisce poi estinto del tutto.  Siamo quelli che vedi sorridere sempre, quelli a cui non chiedi mai “come stai?” perchè sai già che risponderanno che va tutto alla grande, che non hanno bisogno di nulla. Siamo quelli che mentono spudoratamente a se stessi pur di sopravvivere, quelli che piangono di notte lontano dagli occhi del mondo, abbracciando un cuscino e soffocando le lacrime in sogni agitati.

Abbiamo imparato a difenderci bene, noi. Alziamo così tanti muri e barriere attorno a noi che quasi ci crediamo intoccabili, inarrivabili, dietro quelle grandi mura. Eppure siamo brama di esser guardati, visti, scrutati, esplorati anche di nascosto oltre le difese che abbiamo imparato ad ergere, con la curiosità con cui si osserva un posto nascosto, cercando smaniosi la fonte di quel mistero. Siamo una celata voglia di essere afferrati, consumati da uno sguardo che anela la nostra presenza, quel profumo e quelle braccia per cui siamo casa. Siamo quelli che un tempo s’illudevano di poter trattenere un uomo come un contenitore trattiene un liquido, ma abbiamo imparato a nostre spese che talvolta trattenere un uomo è come tentare di racchiudere una cascata in una bottiglia di plastica, a mani nude.

Non siamo facili da ricordare, ma difficilmente ci si dimentica di noi. Tardi o presto ritornano in quel posto in cui erano già stati, di cui si erano curati poco e niente, stupiti nel vederci ostili e non più così confortanti come lo eravamo stati un tempo.

Non stupitevi. Restiamo sotto la pelle, scalciamo spavaldi nascondendo la paura, ma scappiamo dalla pelle incerta, perchè siamo già stati naufraghi su un posto che di giorno poi non c’è. Non abbiamo bisogno di riempire spazi vuoti, nè di essere riempiti da qualcuno che non vale un’emozione semplicemente per il timore di restare soli. Non temiamo la solitudine, noi siamo la solitudine. Spazziamo via il catrame e la nebbia dei nostri pensieri, rigettiamo via il veleno con cui ci siamo infettati, anche se troppo spesso l’antidoto è il veleno stesso. Mastichiamo le nostre emozioni cannibali, scandagliandole pezzo dopo pezzo, fameliche e devastanti, lasciandole marcire sul fondo del pozzo delle nostre debolezze. Silenziate, domate. Ci adattiamo come l’acqua, spaccando ogni fibra, occupando tutto lo spazio che ci compone, corrodendo le tracce di un male liquido, ci riempiamo da soli. Siamo soltanto noi, la cura di noi stessi. Non siamo fatti per stare con chiunque: quelli come noi non ambiscono al primo posto, nè alla gloria. Noi siamo quelli che restano, quelli a cui non importa essere i primi, ma gli ultimi. Per cui attenti voi, distratti viaggiatori, utilizzateli bene quegli occhi, perchè ci sono occhi, là fuori, che racchiudono tramonti.

Io sono un bosco ed una notte di cupi alberi, e chi non ha timore della mia cupezza trova anche spalliere di rose sotto i miei cipressi.   F.W. Nietzsche – Così parlò Zarathustra.

Ray Cohen

Una qualunque alba Napoletana

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A chi, come me, capita non di rado di rincasare a notte fonda (a volte anche all’alba) sarà capitato di sicuro di essere assaliti da una saporita sensazione di comodità, nel guardare le prime luci che spuntano timidamente alle spalle del monastero di Santa Chiara. Personalmente, non smetto mai di innamorarmi di questa città. E mi è ricapitato non molto tempo fa, proprio quando, alle cinque e trenta del mattino, rincasavo dopo un turno di lavoro in un bar in centro. Quella notte ( o forse dovrei dire quella Domenica appena divenuta mattina)  ho prestato attenzione ad una Napoli che ignoravo. Provate a passeggiare per le vie del centro storico a quell’ora del mattino, persi tra piazza Bellini e via San Sebastiano. Conoscereste una Napoli sfatta, ancora ubriaca, come una ragazza che ha ballato tutta la notte senza sosta, a piedi nudi e con le scarpe dall’altra parte della pista da ballo, col trucco sbavato ma comunque bella da morire. E’ una Napoli quasi nostalgica, sfinita dall’euforia, annebbiata dalla sicurezza di quel coraggio liquido che serve di tanto in tanto per non pensare a quei problemi che di notte ti rimboccano le coperte. E’ una Napoli che, per qualche ora, ha accantonato la smania a cercare delle risposte in un posto che tanto poi non c’è.  Diventa un’amica riservata, discreta, di quelle che ascoltano e raccolgono il fiume di parole che la lucidità troppo spesso trattiene. A quell’ora, tra i vicoli silenziosi ed i sampietrini, avvolto da un odore di dolci appena sfornati, senti che le mancanze assordanti che ti divorano da tutta la giornata, in quel preciso momento vengono a confortarti. Le senti più vicine, stringono senza fare male. Ti guidano, barcollante e privo di difese, ti accompagnano mano nella mano per tutta Spaccanapoli, e ti senti al sicuro. Inspiri il profumo che accompagnerà l’intera tipica Domenica partenopea misto all’odore della città ancora assonnata, e parlo di profumo, di quelli che ti avvolgono e sanno di casa. E per una volta tanto, lasci che sia quella sensazione a rimboccarti le coperte, a darti la buonanotte mentre fuori il mondo piano piano si sveglia.

E quando riaprirai gli occhi, ti sentirai un po’ più forte. Perchè dopotutto, svegliarsi a Napoli è un po’ come svegliarsi innamorati. Come se ci si risvegliasse accanto alla persona amata che, mentre ti strofini via la notte dagli occhi, ti guarda con un sorriso stampato su tutta la faccia e ti da il bacio che risveglia i sensi. Certo, i problemi ed i pensieri sono sempre al loro posto, forse hanno ancora il loro stesso peso, ma sono più simili ad una ferita sotto ad un cerotto che, una volta strappato via, non ti ricorderà quanto male faceva, ma soltanto che stai guarendo.

Ray Cohen

Scoprirsi

Pensai che fosse un gran bel problema. Stentavo a credere che potesse essere vero, ma palesemente lo era. Il fatto è che nessuno ti avverte. Nessuno ti dice, quando sei piccolo  <<sai figliolo, stando alle statistiche c’è la possibilità del 35% che tu possa essere gay, quindi preparati, potresti essere tu il finocchio fortunato!>>. Ovviamente, riformulato in altri termini, un discorso del genere sarebbe di sicuro di grande aiuto. Ed invece passi dall’infanzia all’adolescenza con una tale rapidità da non ricordare quasi niente di quando hai pronunciato le tue prime parole. Impari prima a camminare, all’inizio gattonando, poi, lentamente, le tue mani abbandonano il pavimento e lì, su due piedi, ti senti quasi invincibile, inconsapevole di quanto presto quelle mani avrebbero ritoccato il pavimento. E non per camminare. Intanto ti fanno crescere guardando i cartoni animati della Disney, in cui c’è sempre l’eroe bello e buono che salva la principessa bellissima e in attesa del suo principe, fino ad arrivare al bacio che consacra il lieto fine. Un bel giorno ti svegli e capisci che stai diventando grande, e il primo segno è l’abbandono delle vasche con le palle colorate, in cui fino a qualche giorno prima nuotavi e ti dimenavi felice, tra giochi e pupazzetti che incarnano gli idoli e gli eroi di una vita che ti sa di giusto. Dopo una decina di cartoni animati, film per bambini e discorsi sull’imminente domani, credi ormai che la normalità sia proprio quella: un giorno incontrerai una bellissima ragazza dai capelli lunghi e dalla castità indiscutibile, con la quale avrai tanti bambini urlanti che tu e la tua bella alleverete nel cottage di campagna, con il cane bianco e l’orticello sul lato, lamentandovi della vostra routine medio borghese. Il problema è che poi arriva la pubertà, e quella rovina tutto. Ormoni impazziti che giocano a rincorrersi per tutto il corpo, libido che sale all’impazzata, la scoperta che l’amico lì sotto è una fonte inesauribile di piacere, e non solo lo strumento per dar voce alla tua vescica. Una volta scoperto questo, niente è più lo stesso. Soprattutto quando poi, da un giorno all’altro, ti ritrovi a fantasticare sul corpo voluttuoso e nerboruto del principe azzurro, più che sulle tette della bella principessa che ancora dorme. E man mano che le fantasie aumentano e gli anni passano, man mano che il tuo amico lì sotto impazzisce alla vista di corpi muscolosi di ragazzi, i cui addominali e pettorali farebbero invidia persino alle pietre, c’è una domanda piccola eppure pesante che s’insinua prepotentemente nella testa, tanto da non lasciarti in pace: ma per caso, sono gay?

Se la pubertà cambia e disincanta tutto, una domanda come questa ti porta, quasi inevitabilmente, alla devastazione totale. Ed io ci pensai, anche molto. Già all’età di dodici anni mi guardavo allo specchio chiedendomi cosa non funzionasse in me. Credevo di essere come quei giocattoli con un difetto di fabbrica, come se qualcosa dentro di me fosse sbagliato, come se fosse stato inserito un pezzo piuttosto che un altro. Ho passato cinque anni e mezzo della mia vita guardando in quello specchio, ed ogni volta ci vedevo un errore. Una bozza, un disegno mal riuscito, una riga disegnata tutta storta.

La mia gabbia personale, però, fu il liceo. L’inferno fatto cemento e mattoni. Cercavo di nascondermi tra gli altri, di confondermi, sperando di non dare troppo nell’occhio. Impresa abbastanza ardua, dato che ero l’unico ragazzo in una classe di ventinove ragazze. Ho scoperto a mie spese che una costituzione minuta, come la mia, e la timidezza, come quella che mi caratterizzava in quel periodo (e che in parte mi caratterizza ancora, lo ammetto), erano spesso confuse con l’essere omosessuale. Mi capitava non di rado di camminare per i corridoi della scuola e sentirmi chiamare con nomignoli come “ricchione”, “frocetto”; arrivarono addirittura a chiamarmi Cheetah, come la scimmia di Tarzan, e di certo non perché avessi l’aspetto di uno scimpanzé. La rabbia per quegli insulti era paragonabile ad una bomba in via di esplosione, ma la paura che gli altri scoprissero il mio “segreto” non era nulla in confronto. Qualche anno fa la parola GAY, OMOSESSUALE, o l’immagine di un uomo che bacia un altro uomo, erano tutte sinonimo di qualcosa di negativo. Se si sapeva che sei gay allora, inevitabilmente, ogni uomo eterosessuale (o, comunque la maggior parte) si teneva ( e si tiene) alla dovuta distanza perché “poi sicuramente potrebbe provarci”. Quanta pena mi facevano ( e mi fanno tutt’ora) quegli uomini, quelle persone che odiano individui i cui gusti sessuali sono diversi dai loro, più per paura e per conformismo che per puro odio. Oggi so che la maggior parte degli omofobi (per chi non conoscesse tale termine: persone la cui ignoranza è talmente elevata e pregnante da non riuscire a concepire due persone dello stesso sesso condividere amore e letto) sono persone spaventate, quasi terrorizzate di scoprire che loro stessi potrebbero provare piacere ad andare a letto con un altro uomo, e non avete idea di quanti omofobi al mondo ci sono che di giorno insultano gay e transessuali e poi, di notte, si fanno strappar via le mutande proprio da quelli che fino a qualche istante prima chiamavano abominio. A distanza di una manciata di anni (prendendo come riferimento personale il lasso temporale dal liceo ad oggi, all’incirca sette anni) le cose sono cambiate, ma solo di facciata.

Oggi ho sicuramente più certezze e meno paure, avendole trasformate in coraggio. Ma ai tempi del liceo era tutta un’altra storia. Ero talmente terrorizzato che si sapesse di me che finii col fidanzarmi con una ragazzina della mia classe, in secondo liceo. Poi, due anni dopo, finalmente capii. Non ero mai stato spaventato dai bulletti della scuola, né dai loro nomignoli né dalle loro arie da duri. Ero sempre stato terrorizzato da me stesso. Crescere in una società che non accetta facilmente una persona “diversa” dal punto di vista dell’orientamento sessuale, di certo non aiutava. Non ricordo chiaramente tutti i pensieri che mi bombardavano il cervello in quel periodo, ma c’è una cosa che non dimenticherò mai della mia adolescenza: il profumo della paura. Era impregnato sulla mia pelle, così tagliente da solcare l’epidermide ed avvolgere ogni mio organo. Avevo paura col cuore, con il fegato, con i polmoni, con i reni, con la milza, ero pietrificato dalla paura. Avevo passato troppo tempo a rinnegare me stesso, ad auto lesionarmi sperando di “guarire”. Però succede che un giorno ti svegli e, semplicemente, sei stanco. Di tutto, ma della paura e del dolore soprattutto. Troncata la mia relazione adolescenziale con l’unica ragazza che abbia mai avuto, trovai in mia sorella maggiore, Mia, un’ancora di salvezza. Le confessai di essere gay su uno scoglio a Cetara, in provincia di Salerno. Tra una risata e l’altra, tra un tuffo ed una sigaretta, la guardai fisso negli occhi e vedevo in lei un Ray che non conoscevo. Una battuta sul seno prosperoso di una bagnante fece scattare in me quella scintilla, quella nota di disperazione, di claustrofobia. Un’esplosione che dilania dall’interno. Avete presente quando un fiume in piena non esce semplicemente dagli argini, ma li distrugge con tutta la sua potenza? Ecco, quella è stata esattamente la stessa intensità del mio “sono gay!“. E ogni paura, ogni costruzione mentale in cui mi vedevo allontanato dalle persone che amo, sono state dilaniate da un unico meraviglioso sorriso: quello di Mia. Aveva gli occhi commossi, fieri, orgogliosi come lo è una madre che guarda suo figlio crescere. Era come se non aspettasse altro, come se sapesse tutto già da tempo. Aspettava che prendessi coraggio, che mi decidessi a confessarle tutto, o aspettava semplicemente il giorno in cui mi sarei stancato di tutto quel farfugliare sul sedere delle ragazze, di tutti quei finti apprezzamenti. Probabilmente aspettava che nascessi per la prima volta. Saltai dalla scogliera in un tuffo a bomba, urlando a squarciagola. Sentivo una tempesta tuonarmi in petto. Volevo scuotere il mare, farlo impazzire tra onde che si sarebbero scontrate e schiantate contro gli scogli. Avevo liberato lo tsunami che portavo dentro. E non mi ero mai sentito così vivo, così giusto. Da quel giorno sugli scogli sono passati quasi otto anni. Non vi nego che dentro me porto ancora, in parte, quel ragazzino spaventato, vittima di se stesso, ossimoro tossico del suo stesso riflesso. Oggi ho imparato cos’è l’amore, l’ho masticato e scandagliato al punto da provare sulla mia stessa pelle il sapore della rivoluzione, e l’ho perso. Ma non è questo il punto, ragazzi miei: ciò che aspettavo da sempre era sentirmi libero (e non mi viene difficile pensare che anche tu che stai leggendo non aspettavi o non aspetti altro) in ogni modo in cui una persona può sentirsi libera, iniziando da se stessi, dal cuore e dalla mente. Per cui imparate ad amarvi quel pizzico in più per abbandonare la sensazione di stasi e lanciarvi, finalmente, in quella smodata, rocambolesca perdita di equilibrio che è la vita.

Ray Cohen