Sotto la pelle.

So da sempre di appartenere ad una categoria specifica del genere umano. Quelli come me hanno sempre imparato di più da chi non ha avuto il coraggio di restare, da chi oltre la penombra della nostra cupezza, non è riuscito a guardare. E’ come una perversa scuola che prima ti forma e poi ti spezza. Siamo i “disastrati”, i “tormentati”, quelli per cui la pace ha il suono di un’anima logora e in costante tumulto. So di non essere il solo, per cui scrivo di noi, non soltanto di me. No, non sono la voce di nessuno, al massimo posso essere un luogo visitato, familiare, uno di quelli in cui passi e ti sembra di esserci già stato. E scrivo non tanto per chi quei posti non li ha ancora visti, ma per chi ci è passato, lasciando rifiuti sparsi qua e là abbassando il capo di fronte ad un monumento, con noncuranza, distrazione, indifferenza.

Noi siamo quelli che vedi nei parchi in un giorno di nebbia, incappucciati e persi tra le righe di un libro piuttosto lontano dalla nostra realtà. Sfogliamo una pagina dopo l’altra cercando una soluzione, un pretesto, un appiglio. O, semplicemente, una speranza.    Siamo gli estremi, gli eccessi, smodati e smaniosi fino allo sfinimento.Siamo quelli che conoscono più autunni che primavere, e per questo riconoscono l’odore della pioggia ancor prima che arrivi. Ci difendiamo per indole naturale persino da noi stessi, ché un fiore o una mano tesa nascondono spine e lame troppe volte piantate alle spalle.

La nostra è una natura burrascosa, una tormenta in cui a guidarci è il nostro unico istinto. Nonostante le volte in cui, pur di seguire l’istinto, si finisce poi estinto del tutto.  Siamo quelli che vedi sorridere sempre, quelli a cui non chiedi mai “come stai?” perchè sai già che risponderanno che va tutto alla grande, che non hanno bisogno di nulla. Siamo quelli che mentono spudoratamente a se stessi pur di sopravvivere, quelli che piangono di notte lontano dagli occhi del mondo, abbracciando un cuscino e soffocando le lacrime in sogni agitati.

Abbiamo imparato a difenderci bene, noi. Alziamo così tanti muri e barriere attorno a noi che quasi ci crediamo intoccabili, inarrivabili, dietro quelle grandi mura. Eppure siamo brama di esser guardati, visti, scrutati, esplorati anche di nascosto oltre le difese che abbiamo imparato ad ergere, con la curiosità con cui si osserva un posto nascosto, cercando smaniosi la fonte di quel mistero. Siamo una celata voglia di essere afferrati, consumati da uno sguardo che anela la nostra presenza, quel profumo e quelle braccia per cui siamo casa. Siamo quelli che un tempo s’illudevano di poter trattenere un uomo come un contenitore trattiene un liquido, ma abbiamo imparato a nostre spese che talvolta trattenere un uomo è come tentare di racchiudere una cascata in una bottiglia di plastica, a mani nude.

Non siamo facili da ricordare, ma difficilmente ci si dimentica di noi. Tardi o presto ritornano in quel posto in cui erano già stati, di cui si erano curati poco e niente, stupiti nel vederci ostili e non più così confortanti come lo eravamo stati un tempo.

Non stupitevi. Restiamo sotto la pelle, scalciamo spavaldi nascondendo la paura, ma scappiamo dalla pelle incerta, perchè siamo già stati naufraghi su un posto che di giorno poi non c’è. Non abbiamo bisogno di riempire spazi vuoti, nè di essere riempiti da qualcuno che non vale un’emozione semplicemente per il timore di restare soli. Non temiamo la solitudine, noi siamo la solitudine. Spazziamo via il catrame e la nebbia dei nostri pensieri, rigettiamo via il veleno con cui ci siamo infettati, anche se troppo spesso l’antidoto è il veleno stesso. Mastichiamo le nostre emozioni cannibali, scandagliandole pezzo dopo pezzo, fameliche e devastanti, lasciandole marcire sul fondo del pozzo delle nostre debolezze. Silenziate, domate. Ci adattiamo come l’acqua, spaccando ogni fibra, occupando tutto lo spazio che ci compone, corrodendo le tracce di un male liquido, ci riempiamo da soli. Siamo soltanto noi, la cura di noi stessi. Non siamo fatti per stare con chiunque: quelli come noi non ambiscono al primo posto, nè alla gloria. Noi siamo quelli che restano, quelli a cui non importa essere i primi, ma gli ultimi. Per cui attenti voi, distratti viaggiatori, utilizzateli bene quegli occhi, perchè ci sono occhi, là fuori, che racchiudono tramonti.

Io sono un bosco ed una notte di cupi alberi, e chi non ha timore della mia cupezza trova anche spalliere di rose sotto i miei cipressi.   F.W. Nietzsche – Così parlò Zarathustra.

Ray Cohen

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